La neve (di 10 anni fa)

Neve

La neve caduta in questi giorni si è quasi completamente sciolta.
Peccato… a me la neve piace.
Credo di avere la sindrome di Stendhal per la neve. Rimango intontito a guardare la bellezza delle cose, senza che mi accorga dello scorrere del tempo.
Mi piace quando diventa tutto bianco. Tutto uguale e tutto democraticamente ricoperto. Persino la merda.
Mi piace quando in montagna scompaiono le strade. In quei momenti è facile creare una nuova strada dove non c’era nulla. Una strada che forse domani qualcuno seguirà.
Poi ti giri e guardi quello che hai fatto… e lo fai con sguardo fiero e orgoglioso.

Nessun rimpianto. Niente. Solo bianco… fosse sempre così facile.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Antonio Gramsci – “Odio il capodanno”

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Vado a pranzo

Pranzo @ Rockefeller Center

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.

Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola

Derek Walcott – “Amore dopo amore”

La logica del dolore

Comincia a fare freddo. Me lo dicono le miei mani e la mia spalla destra ogni volta che vado in scooter.

Le mani dopo un po’ si riscaldano e riprendono sensibilità, la mia spalla destra invece non sempre va a posto. Spesso è una fitta alla scapola. Ormai me la porto dietro da un po’. Mi segnala con dolore ogni volta che faccio qualcosa che non va. Forse dovrei operarmi ma tutto sommato non mi da’ grossi problemi. Alla fine in piscina riesco ad andare tranquillamente e non devo fare pallavolo o basket a livello agonistico.
È come se fosse una cicatrice che mi porto dietro. È lì e, ogni tanto, viene fuori a ricordarmi alcuni dei miei limiti.

Una volta ho chiesto al mio maestro di shiatsu:
– “Andrea quando estrofletto troppo il braccio, o lo ruoto in posizioni un po’ strane, sento una fitta alla scapola. Secondo te cosa dovrei fare?
– “Se ti fa male non dovresti farlo. Di solito non si dovrebbero mai forzare i movimenti che non vengono naturali. Il dolore è un segnale che va ascoltato.

Non forzare tutto ciò che non viene naturale e che fa male… è una logica di una semplicità devastante che – purtroppo – non fa una piega.

Un caffé per cominciare

Caffé

Più di venti minuti d’orologio per prendere un caffè amaro e bruciato. Se il buongiorno si vede dal mattino questa sarà una grande giornata.

Questo capita quando l’unica macchinetta funzionante del piano è occupata da una dozzina di corsisti neo-assunti… come sono belli. Che bello vedere in quegli occhi quella luce, quell’ambizione, quella voglia di crescere e cambiare il mondo.
Quella luce ce l’avevo anch’io tempo fa, poi si è un po’ persa per strada. Forse a qualche incrocio tra la realtà e i sogni. Quella luce si è affievolita quando mi sono accorto che non è sufficiente impegnarti, sacrificarti e dare il massimo. Si è quasi spenta quando ho visto che – troppe volte – non è nemmeno necessario.

Alla fine, come in tante altre cose, non ci sono necessariamente logica o motivi. Le cose, spesso, vanno in un certo modo perché c’è qualcuno a cui non gliene frega niente di quello che in realtà vuoi/puoi fare/dare.
Prima ti indottrinano con tutte quelle storie sulla meritocrazia e poi ti accorgi che – troppo spesso – il meccanismo è truccato.

Se proprio vuoi fare qualcosa fatto bene, fallo della tua vita… per lo meno inizia a fare un buon caffè, almeno ti mette di buon umore.

Bioenergetica ed arte

Giuseppe Pellizza - Il quarto stato

– “Davide, tu sai cos’è il Quarto Stato?”

– “Parli del quadro Andrea? Sì, l’ho anche visto dal vivo qui a Milano. È impressionante sia per dimensioni che per le emozioni che ti trasmette.”

– “Vedi, quello non è solo un quadro, non è solo la rappresentazione di una protesta, è soprattutto una visione. Un uomo e una donna con un bambino in braccio che avanzano fieri verso il futuro. C’è l’amore, il lavoro, l’oppressione da cui scappano, la consapevolezza, i sogni e molto altro. Tutto finemente dettagliato.
L’autore ci ha messo più di 3 anni a fare quel quadro. Ha dovuto studiare ogni singolo dettaglio, ma alla fine c’è riuscito.
Ecco, vedi, ognuno dovrebbe fare un po’ questo… immaginarsi il quadro della propria vita, compresi i dettagli… amore, lavoro, amicizia e tutto il resto, e poi cercare di disegnarlo. Perché se quel quadro non ce l’hai in mente non potrai mai riuscire a dipingerlo, e comunque, anche se per qualche caso ci riuscissi, forse non ti piacerebbe.”

Quel quadro credo di averlo bene in mente, ora dovrei solo iniziare a dipingerlo.

Strade e piazze

Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a

essere felice rimanendo immobile.

Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. Andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo a un certo punto, per la nostra strada, quale strada?

Sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto.

Alessandro Baricco – “City”