Parole parte terza

Se tu fossi muto, ma muto vero, non di quelli che emettono suoni gutturali, sarebbe meglio, molto meglio.
Non è un insulto: a me piace ascoltarti, adoro sentire la tua voce, specialmente quando mi auguri la buonanotte. Il tuo ciao, al mattino, è una finestra aperta, è un’alba, un mattino fresco.

Ma, nonostante questo, preferirei che fossi muto. In fondo ci siamo già detti tutto, o forse anche troppo; non c’è nulla oltre le vecchie parole: le altre sarebbero ripetizioni, copie sbiadite e con un contenuto sempre più povero.
Finiamola così: diventa muto, fallo per me. Ma fallo anche per te. Tutto migliorerebbe. Sparirebbe lo scarto che c’è tra il detto e il pensato, e io non metterei sulla bilancia ogni sillaba chiedendomi se vale tanto quanto pesa. Niente più equivoci, niente più discussioni per i fraintendimenti. Se avessi un’urgenza tale da dover comunicare a parole dovresti scrivere, cosa che hai perso l’abitudine di fare, e i tuoi messaggi sul foglio sarebbero davvero importanti.
Io ti capirei al volo, e tu, dal canto tuo, commetteresti meno errori e diresti meno cattiverie: prima di scrivere, ci penseresti due volte, un po’ perché la scrittura non è un atto immediato e un po’ perché, lo sai, “verba volant, scripta manent”.
Il tuo sguardo e le tue mani sarebbero il tuo linguaggio, e io leggerei nei tuoi occhi anche quello che non si dice. Le parole allora non avrebbero il compito ingrato di nascondere con artifici quello che l’espressione comunica. Tutto si farebbe più trasparente.

Diventa muto, fallo per me.
Ma ricordati di portarti un cartello sempre dietro con su scritto “devo fare la cacca”… sai, per ogni evenienza.

Giulia – “Se tu fossi muto”

Parole parte seconda

Se io fossi muta smetterei di mordermi le mani dopo ogni telefonata. Dopo ogni serata in macchina, dopo ogni volta che ti vomito addosso i miei sproloqui inquietanti.
Eviterei, così, di metterti in testa strane idee che poi ti condizionano, di contraddire ogni tua parola, di ossessionarti con i miei discorsi senza fine. Discorsi, parole, parole, discorsi, parole. Sentimenti al vento che tramutati in voce diventano volgari. Che si confondono tra loro come in un minestrone salato.

Non c’è ordine, nelle mie parole. La scrittura è più mediata. Si scrive, si legge, si corregge, si rilegge e poi si fa leggere.

Se io fossi muta sarei per te una bambola dolce. Espressioni intense, facce buffe, mezzi sorrisi, sorrisi interi. E ogni volta che mi dovessero venire in mente cose da dire, cose cattive, tu vedresti solo facce un po’ imbronciate, e mi consoleresti coccolandomi. Nella tua buona fede non ti daresti mai la colpa di un broncio e, se colpa, sarebbe lieve lieve e soggetta ad un auto-perdono.
Il silenzio è così seducente. La donna che non parla: ah, che miraggio per un uomo!
Tu avresti tutto quello di cui hai bisogno. E la mia vita sarebbe più facile.
Quasi quasi divento muta, un giorno di questi.
Se mi decido… te lo dico.

Giulia – “Se io fossi muta”

つづく

Parole parte prima

Dicono che le donne sono più legate alle parole, e gli uomini ai fatti. Come dire: i maschi sono sostanza, le donne solo forma. Ma il genere femminile cerca la sostanza nella forma, è più completo. Di qui nasce anche l’equivoco fra i generi, che fa sì che i due universi non si incontrino mai realmente. O quasi.

I miei giorni, ultimamente, si possono suddividere in giorni sì e giorni no. In quelli no, io sto legata a te da un filo di parole, come bava di lumaca. Lucida, vischiosa, sottile. Attendo, tiro, pretendo. Mi metto all’ascolto minuzioso delle tue labbra: parole, suoni, significati. Ogni cosa detta è un gioiello o una freccia al cuore. E’ capace di portarmi giù in un baratro buio o di elevarmi un po’ da terra. Forse però sono io che faccio tutto: mi appendo ai tuoi prodotti vocali e dondolo, dondolo, dondolo. Ma a volte non sono che fumo, e me ne accorgo solo dopo molto tempo, quando ormai sono andata a sbattere.

Parole pretese, attese, sono quelle che ho cercato in te. Mi ci sono fatta cullare, a volte, e altre volte me le sono masochisticamente fissate in testa, trasformandole da sassolini in lapidi. Me ne sono sempre, e comunque, nutrita.
Parole osate, sussurrate, sputate, quelle venute da me. Io, che calibro e analizzo scrupolosamente le tue, so procreare per te fiumi di sillabe incontrollate, inconsapevoli e crudeli. E’ il gioco delle parti: ognuno ha i suoi codici.

Parole, sì.
E pensare che non è con le parole che ci siamo conosciuti, incontrati, amati. Quelle erano un contorno, un ricamo spesso superfluo. Timide, accennate, piccole. Erano il corpo, il tatto, lo sguardo, la pelle e tutti i sensi il nostro linguaggio. Più diretto, franco, chiaro. Più presente, senza complicazioni. Passato e futuro non esistono dove c’è pieno godimento. C’è solo l’attimo.
Nei silenzi si annullava anche il pensiero: tutto era emozione, azione e sensazione.

Le parole ci rovinano. Forse ci hanno già rovinati irrimediabilmente. Gli anni passano, e le parole diventano toppe per nascondere i silenzi fatti di niente. Dove il silenzio è sostanza, la voce non serve.
Ricercare quei momenti è la nostra missione. Non quelli vecchi, o si ricadrebbe nella ragnatela del tempo, no: crearne di nuovi. Annusarsi, toccarsi, guardarsi come luoghi inesplorati, cartine geografiche di un pianeta fuori del sistema solare.

Solo così il silenzio ci può salvare. Solo così la prima parola che lo seguirà sarà vera sostanza, e non riempitivo.
Se la parola è cultura ed evoluzione, a volte bisogna saper cercare in sé la natura, l’uomo preistorico. Oggi sarebbe il migliore degli amanti… …dopo di te.

Giulia – “Parole”

つづく

Parole e (soprattutto) silenzi

Dicono che le donne sono più legate alle parole, e gli uomini ai fatti. Come dire: i maschi sono sostanza, le donne solo forma. Ma il genere femminile cerca la sostanza nella forma, è più completo. Di qui nasce anche l’equivoco fra i generi, che fa sì che i due universi non si incontrino mai realmente. O quasi.

I miei giorni, ultimamente, si possono suddividere in giorni sì e giorni no. In quelli no, io sto legata a te da un filo di parole, come bava di lumaca. Lucida, vischiosa, sottile. Attendo, tiro, pretendo. Mi metto all’ascolto minuzioso delle tue labbra: parole, suoni, significati. Ogni cosa detta è un gioiello o una freccia al cuore. È capace di portarmi giù in un baratro buio o di elevarmi un po’ da terra. Forse però sono io che faccio tutto: mi appendo ai tuoi prodotti vocali e dondolo, dondolo, dondolo. Ma a volte non sono che fumo, e me ne accorgo solo dopo molto tempo, quando ormai sono andata a sbattere.

Parole pretese, attese, sono quelle che ho cercato in te. Mi ci sono fatta cullare, a volte, e altre volte me le sono masochisticamente fissate in testa, trasformandole da sassolini in lapidi. Me ne sono sempre, e comunque, nutrita.
Parole osate, sussurrate, sputate, quelle venute da me. Io, che calibro e analizzo scrupolosamente le tue, so procreare per te fiumi di sillabe incontrollate, inconsapevoli e crudeli. È il gioco delle parti: ognuno ha i suoi codici.

Parole, sì.
E pensare che non è con le parole che ci siamo conosciuti, incontrati, amati. Quelle erano un contorno, un ricamo spesso superfluo. Timide, accennate, piccole. Erano il corpo, il tatto, lo sguardo, la pelle e tutti i sensi il nostro linguaggio. Più diretto, franco, chiaro. Più presente, senza complicazioni. Passato e futuro non esistono dove c’è pieno godimento. C’è solo l’attimo.
Nei silenzi si annullava anche il pensiero: tutto era emozione, azione e sensazione.

Le parole ci rovinano. Forse ci hanno già rovinati irrimediabilmente. Gli anni passano, e le parole diventano toppe per nascondere i silenzi fatti di niente. Dove il silenzio è sostanza, la voce non serve.
Ricercare quei momenti è la nostra missione. Non quelli vecchi, o si ricadrebbe nella ragnatela del tempo, no: crearne di nuovi. Annusarsi, toccarsi, guardarsi come luoghi inesplorati, cartine geografiche di un pianeta fuori del sistema solare.
Solo così il silenzio ci può salvare. Solo così la prima parola che lo seguirà sarà vera sostanza, e non riempitivo.

Se la parola è cultura ed evoluzione, a volte bisogna saper cercare in sé la natura, l’uomo preistorico. Oggi sarebbe il migliore degli amanti… …dopo di te.

Giulia – “Parole”