Sarebbe bello (vivere in una favola)

Corto Maltese

– “Corto, cosa fai qui fuori?”
– “Sto pensando che dovrei decidermi a partire. Venezia mi impigrisce.”
– “Venezia è fatta per questo. Vuoi un bicchierino di rosolio?”
– “Rosolio? Credevo non si bevesse più. Ma dimmi, Bocca Dorata, da quando vivi a Venezia?”
– “Venni nel 1300 con il cabalista Mancello Giudeo. Eravamo amici di Dante, ma basta aprire quella porta sul fondo per andartene o ritornare nel tempo, come in una favola.”

– “Sarebbe bello vivere in una favola.”
– “Ma tu vivi continuamente nelle favole, non te ne accorgi più? Quando un adulto entra nel mondo delle fiabe non riesce più ad uscirne. Non lo sapevi?”

Hugo Pratt – “Corte sconta detta arcana”

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Il filo

Andrea De Carlo – Pura Vita

– “Il filo sottile che tiene insieme due persone”
– “Quale filo?”
– “Il filo di tutto quello che le tiene legate, anche quando sono lontane. Anche quando non si vedono e non si parlano.”
– “Perché dici il filo?”
– “Perché è una cosa molto sottile e molto resistente, no? Che puoi anche non vedere, ed è estensibile quasi senza limiti attraverso la distanza e il tempo e l’affollamento delle altre persone che occupano lo spazio e lo attraversano in ogni direzione. Però non è affatto scontato che ci sia, il filo.”
– “No?”
– “No. Magari due pensano di essere molto legati, poi appena provano ad allontanarsi scoprono che in realtà stanno benissimo ognuno per conto suo.”
– “E allora perché pensavano di essere legati?”

– “Perché erano tenuti insieme da una colla di pura abitudine e oggetti e luoghi condivisi e gesti stratificati. È una colla così forte da sembrare una saldatura permanente, ma appena uno dei due prova a staccarsi non c’è nessun filo che lo segua.”
– “Che triste.”

– “Sì. La maggior parte dei legami sono di questo genere, credo.”
– “Come fai a sapere che invece il filo c’è?”
– “Quando provi a romperlo, e ti trovi in caduta libera attraverso il senso delle cose.”

– “E di cosa è fatto, questo filo?”
– “Di uno scambio continuo di domande e risposte. Sguardi, anche solo immaginati. Assonanze e intuizioni e sorprese, curiosità reciproca che non si esaurisce. E similitudini, e differenze.”

Andrea De Carlo – “Pura Vita”

Dopo la tempesta

Vita di Pi

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero.

Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

Haruki Murakami – “Kafka sulla spiaggia”

Ora basta?

Cosa sei, tu? Lo sai? Tu sei quello che è sempre lì a cercare di minimizzare le cose. Sempre lì che si sforza di essere moderato. Mai dire la verità, se credi che possa ferire i sentimenti di qualcuno. Sempre pronto ai compromessi. Sempre pronto ad accontentare la gente. Sempre lì a cercare di trovare il lato migliore delle cose. Quello educato. Quello che sopporta pazientemente ogni cosa. Quello che ha una dignità da difendere. Il ragazzo che non viola mai le regole.
Quello che la società ti ordina di fare, tu lo fai. Le norme della convivenza civile.

Ci devi sputare in faccia alle norme della convivenza civile.

Philiph Roth – “Pastorale americana”

Il mio luz

Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile della scuola.

Subito quell’idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona.

David Grossman – “Che tu sia per me il coltello”

Scriventi e scrittori

Lo scopo primo dello scrittore non è ciò che egli scrive. Il suo bisogno primo è scrivere. Scrivere, cioè assentarsi dal mondo e da se stesso per farne, eventualmente, materia di elaborazioni letterarie. È solo secondariamente che si pone la questione del «soggetto» trattato. Il soggetto è la condizione necessaria, necessariamente contingente della produzione di scritti. Non importa quale soggetto è quello buono purché gli permetta di scrivere.

Per sei anni, fino al 1946, io tenevo un «diario». Scrivevo per scongiurare l’angoscia. Non importa cosa. Ero uno scrivente.

Lo scrivente diventerà scrittore quando il suo bisogno di scrivere sarà sostenuto da un soggetto che permette e esige che questo bisogno si organizzi in progetto. Siamo in milioni a passare la nostra vita a scrivere senza terminare mai niente né pubblicare.

[…]

Non volevo rivelare i risultati di una ricerca ma scrivere questa ricerca mentre si effettuava, con le sue scoperte allo stato nascente, le sue difficoltà, le sue false piste, l’elaborazione brancolante di un metodo, mai terminato. Cosciente che, «quando tutto sarà stato detto, tutto resta ancora da dire, tutto resterà ancora sempre da dire» – in altre parole: è il dire che importa, non il detto – ciò che avevo scritto mi interessava molto meno di quello che avrei potuto scrivere in seguito. Penso che questo sia vero per ogni scrivente/scrittore.

André Gorz – “Lettera a D”

La vita come un film

Ma perché non funziona tutto come nei film?
Perché gli estranei in metropolitana, invece che limitarsi a guardarti, non attaccano bottone dicendoti che hai un sorriso bellissimo? Perché dopo trent’anni, in un caffè del centro, non rincontri mai la persona per cui hai lottato? Perché le madri fanno fatica a capire i propri figli e i padri ad accettarli?

Perché la frase giusta arriva sempre durante il momento sbagliato?

Perché non ti capita mai di correre sotto la pioggia, di arrivare davanti al portone di qualcuno, farlo scendere, scusarti e iniziare a parlare a vanvera per poi trovarti labbra a labbra e sentirti dire: «non importa, l’importante è che sei qui»? Perché non vieni mai svegliato durante la notte da una voce al telefono che ti dice: «non ti ho mai dimenticato»?

Se fossimo più coraggiosi, più irrazionali, più combattivi, più estrosi, più sicuri e se fossimo meno orgogliosi, meno vergognosi, meno fragili, sono sicura che non dovremmo pagare nessun biglietto del cinema per vedere persone che fanno e dicono ciò che non abbiamo il coraggio di esternare, per vedere persone che amano come noi non riusciamo, per vedere persone che ci rappresentano, per vedere persone che, fingendo, riescono ad essere più sincere di noi.

David Grossman – “Qualcuno con cui correre”

Il dolore

Non abituarti, perché è assai facile vivere con il dolore, è una droga potente, presente nel nostro quotidiano, nella sofferenza nascosta, nelle rinunce che facciamo, quando diamo la colpa all’amore per la sconfitta dei nostri sogni.

Il dolore spaventa allorché mostra la sua vera faccia, ma è seducente quando si ammanta di sacrificio, di rinuncia. O di vigliaccheria. L’essere umano, per quanto lo rigetti, trova sempre una maniera per stare in sua compagnia, per corteggiarlo, per fare in modo che sia parte della propria vita. Se riuscirai a capire che è possibile vivere senza sofferenza, sarà già un grande passo.

Ma non credere che altri ti comprenderanno. Nessuno desidera soffrire, eppure quasi tutti ricercano il dolore e il sacrificio, e allora si sentono giustificati, puri e meritevoli del rispetto dei figli, dei mariti, delle mogli, del prossimo, di Dio. Ma adesso non pensiamoci: sappi soltanto che non è la ricerca del piacere a far muovere il mondo, ma la rinuncia a tutto ciò che si reputa importante. Il soldato va forse in guerra per ammazzare il nemico? No, va a morire per la patria. Alla moglie piace mostrare al marito quanto sia contenta? No, vuole che veda quanto gli è devota, quanto soffre perché lui sia felice. Il marito si reca al lavoro pensando di arrivare alla propria realizzazione personale? No, versa il sudore e le lacrime per il bene della famiglia. E via così: figli che rinunciano ai propri sogni per accontentare i genitori, genitori che sacrificano la loro vita per soddisfare i figli, dolore e sofferenza che giustificano ciò che dovrebbe arrecare solo gioia: l’amore.

Paulo Coelho – “Undici Minuti”