Io sono così (continuo ad acchiappare le nuvole)

Passeggiata sopra le nuvole

I bambini parlano al presente, perché il presente esiste. Possono vederlo, toccarlo, odorarlo.
Il passato, spesso, se lo sono dimenticati.
Il futuro è qualcosa che non capiscono, perché non ha una forma, né tantomeno un colore, e neppure un suono.
I bambini sanno che diventeranno grandi, perché gliel’hanno detto, anche se non sanno come, e in fondo non ci credono, perché gli sembra strano che i grandi siano stati bambini come loro.
I bambini amano, amano e basta, amano per sempre. Non pongono limiti, non fanno distinzioni. Amano anche quando non sono amati.

I bambini, quando si accorgono di non poter acchiappare le nuvole, ci restano male. Però continuano a provarci, sperando che prima o poi qualcuna gli resti impigliata tra le dita. E molti non smettono neanche da grandi. Li vedi con le mani protese. Li vedi che sorridono. Li vedi felici. C’è chi crede che siano matti. No, sono bambini.

TRAINDOGS – “I bambini amano”

L’arte dei piccoli passi (déjà vu)

Era novembre quando iniziò tutto. 6 mesi mio papà entrò in ospedale e nel frattempo la verità di Donatella venne di botto fuori.

Il lunedì prima di Natale papà uscì dall’ospedale, la separazione e trovare il modo di riuscire ad affrontarla si prese invece il monopolio della mia vita.
C’ho messo davvero tanto ad affrontarla ed ogni volta che pensavo di essere a buon punto arrivava il colpo che mi mandava nuovamente a tappeto. L’equilibrio con i bimbi… le bugie… le cattiverie… è stato davvero tutto difficile, ma alla fine… un piccolo passo alla volta… in qualche modo… un po’ ne sono uscito.

Papà invece mercoledì è rientrato in ospedale.

Non ti chiedo né miracoli né visioni
ma solo la forza necessaria per questo giorno!
Rendimi attento e inventivo per scegliere
al momento giusto
le conoscenze ed esperienze
che mi toccano particolarmente.

Rendi più consapevoli le mie scelte
nell’uso del mio tempo.
Donami di capire ciò che è essenziale
e ciò che è soltanto secondario.
Io ti chiedo la forza, l’autocontrollo e la misura:
che non mi lasci, semplicemente,
portare dalla vita
ma organizzi con sapienza
lo svolgimento della giornata.

Aiutami a far fronte,
il meglio possibile,
all’immediato
e a riconoscere l’ora presente
come la più importante.
Dammi di riconoscere
con lucidità
che le difficoltà e i fallimenti
che accompagnano la vita
sono occasione di crescita e maturazione.

Fa’ di me un uomo capace di raggiungere
coloro che hanno perso la speranza.
E dammi non quello che io desidero
ma solo ciò di cui ho davvero bisogno.

Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi.

Antoine de Saint-Exupéry

Parole parte terza

Se tu fossi muto, ma muto vero, non di quelli che emettono suoni gutturali, sarebbe meglio, molto meglio.
Non è un insulto: a me piace ascoltarti, adoro sentire la tua voce, specialmente quando mi auguri la buonanotte. Il tuo ciao, al mattino, è una finestra aperta, è un’alba, un mattino fresco.

Ma, nonostante questo, preferirei che fossi muto. In fondo ci siamo già detti tutto, o forse anche troppo; non c’è nulla oltre le vecchie parole: le altre sarebbero ripetizioni, copie sbiadite e con un contenuto sempre più povero.
Finiamola così: diventa muto, fallo per me. Ma fallo anche per te. Tutto migliorerebbe. Sparirebbe lo scarto che c’è tra il detto e il pensato, e io non metterei sulla bilancia ogni sillaba chiedendomi se vale tanto quanto pesa. Niente più equivoci, niente più discussioni per i fraintendimenti. Se avessi un’urgenza tale da dover comunicare a parole dovresti scrivere, cosa che hai perso l’abitudine di fare, e i tuoi messaggi sul foglio sarebbero davvero importanti.
Io ti capirei al volo, e tu, dal canto tuo, commetteresti meno errori e diresti meno cattiverie: prima di scrivere, ci penseresti due volte, un po’ perché la scrittura non è un atto immediato e un po’ perché, lo sai, “verba volant, scripta manent”.
Il tuo sguardo e le tue mani sarebbero il tuo linguaggio, e io leggerei nei tuoi occhi anche quello che non si dice. Le parole allora non avrebbero il compito ingrato di nascondere con artifici quello che l’espressione comunica. Tutto si farebbe più trasparente.

Diventa muto, fallo per me.
Ma ricordati di portarti un cartello sempre dietro con su scritto “devo fare la cacca”… sai, per ogni evenienza.

Giulia – “Se tu fossi muto”

Parole parte seconda

Se io fossi muta smetterei di mordermi le mani dopo ogni telefonata. Dopo ogni serata in macchina, dopo ogni volta che ti vomito addosso i miei sproloqui inquietanti.
Eviterei, così, di metterti in testa strane idee che poi ti condizionano, di contraddire ogni tua parola, di ossessionarti con i miei discorsi senza fine. Discorsi, parole, parole, discorsi, parole. Sentimenti al vento che tramutati in voce diventano volgari. Che si confondono tra loro come in un minestrone salato.

Non c’è ordine, nelle mie parole. La scrittura è più mediata. Si scrive, si legge, si corregge, si rilegge e poi si fa leggere.

Se io fossi muta sarei per te una bambola dolce. Espressioni intense, facce buffe, mezzi sorrisi, sorrisi interi. E ogni volta che mi dovessero venire in mente cose da dire, cose cattive, tu vedresti solo facce un po’ imbronciate, e mi consoleresti coccolandomi. Nella tua buona fede non ti daresti mai la colpa di un broncio e, se colpa, sarebbe lieve lieve e soggetta ad un auto-perdono.
Il silenzio è così seducente. La donna che non parla: ah, che miraggio per un uomo!
Tu avresti tutto quello di cui hai bisogno. E la mia vita sarebbe più facile.
Quasi quasi divento muta, un giorno di questi.
Se mi decido… te lo dico.

Giulia – “Se io fossi muta”

つづく

Parole parte prima

Dicono che le donne sono più legate alle parole, e gli uomini ai fatti. Come dire: i maschi sono sostanza, le donne solo forma. Ma il genere femminile cerca la sostanza nella forma, è più completo. Di qui nasce anche l’equivoco fra i generi, che fa sì che i due universi non si incontrino mai realmente. O quasi.

I miei giorni, ultimamente, si possono suddividere in giorni sì e giorni no. In quelli no, io sto legata a te da un filo di parole, come bava di lumaca. Lucida, vischiosa, sottile. Attendo, tiro, pretendo. Mi metto all’ascolto minuzioso delle tue labbra: parole, suoni, significati. Ogni cosa detta è un gioiello o una freccia al cuore. E’ capace di portarmi giù in un baratro buio o di elevarmi un po’ da terra. Forse però sono io che faccio tutto: mi appendo ai tuoi prodotti vocali e dondolo, dondolo, dondolo. Ma a volte non sono che fumo, e me ne accorgo solo dopo molto tempo, quando ormai sono andata a sbattere.

Parole pretese, attese, sono quelle che ho cercato in te. Mi ci sono fatta cullare, a volte, e altre volte me le sono masochisticamente fissate in testa, trasformandole da sassolini in lapidi. Me ne sono sempre, e comunque, nutrita.
Parole osate, sussurrate, sputate, quelle venute da me. Io, che calibro e analizzo scrupolosamente le tue, so procreare per te fiumi di sillabe incontrollate, inconsapevoli e crudeli. E’ il gioco delle parti: ognuno ha i suoi codici.

Parole, sì.
E pensare che non è con le parole che ci siamo conosciuti, incontrati, amati. Quelle erano un contorno, un ricamo spesso superfluo. Timide, accennate, piccole. Erano il corpo, il tatto, lo sguardo, la pelle e tutti i sensi il nostro linguaggio. Più diretto, franco, chiaro. Più presente, senza complicazioni. Passato e futuro non esistono dove c’è pieno godimento. C’è solo l’attimo.
Nei silenzi si annullava anche il pensiero: tutto era emozione, azione e sensazione.

Le parole ci rovinano. Forse ci hanno già rovinati irrimediabilmente. Gli anni passano, e le parole diventano toppe per nascondere i silenzi fatti di niente. Dove il silenzio è sostanza, la voce non serve.
Ricercare quei momenti è la nostra missione. Non quelli vecchi, o si ricadrebbe nella ragnatela del tempo, no: crearne di nuovi. Annusarsi, toccarsi, guardarsi come luoghi inesplorati, cartine geografiche di un pianeta fuori del sistema solare.

Solo così il silenzio ci può salvare. Solo così la prima parola che lo seguirà sarà vera sostanza, e non riempitivo.
Se la parola è cultura ed evoluzione, a volte bisogna saper cercare in sé la natura, l’uomo preistorico. Oggi sarebbe il migliore degli amanti… …dopo di te.

Giulia – “Parole”

つづく

Keep calm and carry on (comunque andare avanti)

Alejandro Jodorowsky

L’unico modo per andare avanti
è di estrarre la voce dalla parola,
estrarre l’atto dall’intenzione,
l’amore dal possesso
e il desiderio dal suo oggetto immaginario,
perforare il tunnel della mente
perdere una e mille pelli,
distruggere il superfluo in una festa di fiamme,
lasciare che si consumino i volti parassiti,
non essere né questo né l’altro,
riunire i due poli in un solo cerchio,
cercare lo sguardo che si cela dietro lo sguardo
di occhio in occhio ascendere fino all’ultima coscienza
dove tutto ciò che è artificiale, innestato, tatuato, ricopiato
se lo porta via il vento
in una nuvola di petali.

Alejandro Jodorowsky

Il valore della sconfitta

Pier Paolo Pasolini

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare… a questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.

Pier Paolo Pasolini, 28 ottobre 1961

Vorrei scrivere leggero (planando sulle cose dall’alto)

Vorrei scrivere qualcosa di leggero, qualcosa che, una volta letto, si dissolva nell’aria, parola per parola, riga dopo riga. E ciò che resta è niente di più che una sensazione, sul foglio di nuovo bianco. Qualcosa che ti fa star bene, anche se non ricordi le parole. Perché le parole passano, passano come passano i volti, e i nomi, e le circostanze, o come passa il tempo, perché il tempo passa sempre, passa sulle nostre vite, come passa una nuvola sospinta dal vento.

Vorrei scrivere qualcosa che abbia il profumo di un bambino. O la luce del nord. O la musica delle foglie. O il respiro del mare.

Vorrei scrivere di un sorriso, in questa mattina di aprile, ma non saprei da dove incominciare, perché noi non siamo fatti di parole, e allora non ci rimane che chiudere gli occhi, e metterci a pensare, ognuno per conto proprio, a quella volta che il tempo si fermò, su quel sorriso, che sappiamo solo noi.

TRAINDOGS – “Noi non siamo fatti di parole”