Una giornata no (o forse no)

Greg House

Ieri è stata una giornata no.

Anche per colpa della pioggia, la mattina sono caduto dallo scooter. Ho spaccato il parabrezza e ho preso una brutta botta al ginocchio.
La sera poi sono andato a trovare papà in ospedale. È sempre lì e non ci sono novità. L’ho aiutato ed ha mangiato un po’ più del solito.
Tornato a casa e messi a letto i bimbi, quando ormai Christian già dormiva, Samu mi ha detto “Sai papà sono contento di avere due case… perché così a casa della mamma posso farmi il bagno e giocare con Pluto (chihuahua) e qui faccio la doccia e posso giocare con Trilly e Martino (gatti europei)… e poi così voi non litigate più”.
Il mio ginocchio nel frattempo si era gonfiato e faceva davvero male… non però quanto mi hanno fatto le parole di Samuele.

Comunque ieri, nonostante fosse davvero una brutta caduta, non mi sono fatto nulla di grave… solo qualche botta e qualche livido che settimana prossima probabilmente andrà magicamente a posto.
Papà aveva di positivo che era senza flebo e stava un po’ meglio… e per la prima volta era seduto e non disteso.
In qualche modo poi sono felice che Samu mi abbia detto di essere contento.

Nonostante tutto c’è ancora qualcosa che fa male. Forse è il ginocchio. Forse no… ma comunque quando zoppico sono figo come Greg House.

Cade la pioggia e tutto lava
cancella le mie stesse ossa
Cade la pioggia e tutto casca
e scivolo sull’acqua sporca

Si, ma a te che importa poi
rinfrescati se vuoi
questa mia stessa pioggia sporca

Dimmi a che serve restare
lontano in silenzio a guardare
la nostra passione che muore in un angolo e
non sa di noi
non sa di noi
non sa di noi

Cade la pioggia e tutto tace
lo vedi sento anch’io la pace
Cade la pioggia e questa pace
è solo acqua sporca e brace
c’è aria fredda intorno a noi
abbracciami se vuoi
questa mia stessa pioggia sporca

Dimmi a che serve restare
lontano in silenzio a guardare
la nostra passione che muore in un angolo
E dimmi a che serve sperare
se piove e non senti dolore
come questa mia pelle che muore
che cambia colore
che cambia l’odore
Tu dimmi poi che senso ha ora piangere
piangere addosso a me
che non so difendere questa mia brutta pelle
così sporca
tanto sporca
com’è sporca
questa pioggia sporca

Si ma tu non difendermi adesso
tu non difendermi adesso
tu non difendermi
piuttosto torna a fango si ma torna

E dimmi che serve restare
lontano in silenzio a guardare
la nostra passione non muore
ma cambia colore
tu fammi sperare
che piove e senti pure l’odore
di questa mia pelle che è bianca
e non vuole il colore
non vuole il colore
no..
no..

La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
scrivi tu la fine
io sono pronto
non voglio stare sulla soglia della nostra vita
guardare che è finita
nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi
e ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi
la strada che noi abbiamo fatto insieme
gettando sulla pietra il nostro seme
a ucciderci a ogni notte dopo rabbia
gocce di pioggia calde sulla sabbia

amore, amore mio
questa passione passata come fame ad un leone
dopo che ha divorato la sua preda ha abbandonato le ossa agli avvoltoi
tu non ricordi ma eravamo noi
noi due abbracciati fermi nella pioggia
mentre tutti correvano al riparo
e il nostro amore è polvere da sparo
il tuono è solo un battito di cuore
e il lampo illumina senza rumore
e la mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
ma scrivi tu la fine
io sono pronto

Negramaro – “Cade la pioggia”

Cadere e rialzarsi subito (con colpa)

Grazie anche alla pioggia, stamattina in via Torino sono scivolato con lo scooter. Per fortuna non mi sono fatto quasi nulla. Era solo colpa mia… come tanto tempo fa.

13 marzo 2006.

Zoppico. Non posso piegare troppo il ginocchio perché devo evitare di riaprire la ferita. Ogni volta che piego il ginocchio, la stoffa dei pantaloni che sfrega sulla ferita, mi ricorda in modo abbastanza doloroso la mia caduta. La scivolata di giovedì scorso ha lasciato i suoi segni. Scooter compreso.

A volte sembra la storia della mia vita. Ogni volta che tutto quadra e che prendo confidenza con le cose, c’è qualcosa di insignificante che mi fa perdere l’equilibrio. Giovedì notte è stata la ghiaia in una curva. Per fortuna, ginocchio a parte, non mi sono fatto nulla. Per fortuna era colpa mia.

Quando sono io a cadere l’accetto, e lo perdono, più facilmente. Di solito riesco subito a ridarmi fiducia e riprendere esattamente da dove sono caduto.
Difficilmente però lo accetterei se succedesse per colpa di un’altra persona. Ci metterei molto più tempo a riprendere e a restituire a quella persona la stessa fiducia che aveva prima. I particolari insignificanti che hanno fatto cadere me, non avrei accettato che un’altra persona li avesse trascurati.

La strada era sporca e poco illuminata. In più non c’era nessuna segnalazione che mi indicasse di rallentare. Probabilmente se non fosse stato così non sarei mai caduto. Potrei segnalare questa cosa al comune di Moirago ma non cambierebbe nulla. Ormai sono caduto ed è stata anche colpa mia.

I “futuri alternativi” e assegnare le colpe non serve a far guarire prima la mia ferita al ginocchio.
I particolari insignificanti creano solo problemi e troppo spesso ci si ferma a guardarli, o si cerca di assegnare le colpe, al posto di proseguire.
Le ferite guariscono indipendentemente dalla persona a cui è assegnata la colpa… anche se forse, in alcuni contesti, ci vuole un po’ più di tempo.

Se devo cadere e farmi male preferisco che ci sia un motivo, seppur insignificante. Se devo cadere e farmi male preferisco farlo io.

L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe.

Tito Livio

Solo una storia (il prezzo del rinnovamento)

Aquila

L’aquila è il più longevo tra i volatili. A volte riesce a vivere fino a 70 anni, purché intorno ai 40 prenda una decisione seria e molto difficile.
A 40 anni, infatti, le unghie dei suoi artigli sono così incallite, logore e fragili che fatica sia ad afferrare la propria preda, sia ad affrontare i nemici. Il suo becco lungo ed appuntito si è ormai piegato nel corso degli anni, indirizzandosi verso il suo petto. Le sue ali si sono invecchiate ed appesantite e con gli artigli così logori è incapace di rinnovare il suo piumaggio. Insomma, via via, nutrirsi e volare le diventa sempre più difficile.
L’aquila ha così davanti a sé due alternative: lasciarsi morire (il 33% degli esemplari lo fa) oppure affrontare un doloroso processo di rinnovamento che dura all’incirca 150 giorni.
Per sopravvivere, l’aquila dovrà trovare un nuovo nido, nell’alto di una montagna dove sia ben riparata e non abbia più bisogno di volare. Una volta trovato questo posto, l’aquila comincia a sbattere il proprio becco vicino alla roccia finché riesce a strapparlo. Occorrerà poi aspettare pazientemente circa quaranta giorni prima che si ricostituisca, più forte di prima, il becco. Con il nuovo becco strapperà le unghie dei propri artigli e, solo quando saranno ricresciute le nuove unghie, potrà cominciare a spogliarsi d’ogni vecchia piuma.
E così, solo dopo cinque mesi, l’aquila sarà finalmente pronta a spiccare un nuovo volo che le permetterà di vivere altri 30 anni.

La mia panchina è ancora lì (dopo 13 anni)

Da: Davide
A: Alessandra
Data: 13 ottobre 2003 ore 10.11
Oggetto: Colla

Ho rincollato le fatine,
ancora qualcosa di rotto nella mia vita da sistemare.
Sembra siano a posto,
ma se guardi bene,
manca un pezzo di piede e si vedono i segni delle incollature…
fa niente…
la gente da lontano non ci fa caso
e mai nessuno viene così vicino da accorgersene…
e comunque non è importante.

Pezzi,
pezzi di una vita da ritrovare e rimettere a posto,
con un po’ di colla e tanta pazienza.
E poi la speranza di essere ogni volta meno goffo e non rompere più niente.
Ma se guardi bene i segni delle incollature si vedono
e i fili di colla sembrano lacrime che bizzarramente scendono da un braccio o da una gamba.

Non so cosa è successo tra noi,
non so se è stato giusto o sbagliato,
non so perché, né tanto meno ho voglia di chiedermelo…
rovinare ancora una volta tutto con pensieri, parole e domande…
ormai quello che è rotto è rotto
e anche ad incollarlo mancherebbero troppi pezzi
e secondo me le parole non sono mai servite per incollare nulla.

Anch’io ti voglio bene,
forse troppo per provare a rincollare tutto,
mi piacerebbe però che tu fossi felice,
così come un tempo ho desiderato lo fossi con me
ma…
ma… sono venuti fuori troppe domande e troppi perché e così,
come troppo spesso successo,
in modo goffo si è di nuovo rotto tutto.

L’altra mattina hai riso leggendo l’SMS di Marita sui cristalli,
l’ho fatto anch’io,
anche se ero perfettamente consapevole che aveva ragione.
Tutto rotto… ancora una volta.
Ma non c’è problema, ancora un’altra volta rincollerò tutto e
piano piano
troverò tutti i pezzi.

E in quella panchina,
che per quanto tu non ci possa credere è più importante del mio letto,
un giorno ci sarà qualcuno al mio fianco che saprà rincollare e trovare ogni volta i miei pezzi…
o almeno così voglio sperare.
Con te quella panchina l’ho divisa per 5 minuti,
o forse per quasi 5 anni,
ma ora è tristemente fredda e vuota.

Probabilmente in questo momento avrai gli occhi lucidi,
io almeno li ho ora,
questo è l’effetto che fa leggere e scrivere pensieri rotti,
guardare i pezzi rotti di qualcosa…
anche a me è dispiaciuto rompere le fatine.

Non provare a farti domande,
o cercare ancora per l’ennesima volta inutili perché,
prenditi il tuo tempo e incolla i tuoi pezzi,
uno alla volta,
uno dopo l’altro e vai subito per favore a sciacquarti quegli occhi,
non ho bisogno di saperti così e poi speravo non ti facessi più questo effetto

Ancora qui? Sapevo che anche questa volta non mi avresti ascoltato…
fa niente…
ancora una volta fa niente…
tanto sarò breve anche perché forse non ho mai saputo usare le parole.
Forse dipende dal fatto che mi hanno fatto troppe volte male
e forse le poche volte che le ho usate per non dire o scrivere cazzate ho fatto del male anch’io…
forse meglio continuare a dire o scrivere cazzate nascondendo tutto,
indossando la solita maschera in fondo ai miei amici piaccio per questo…
lo so che è ipocrita ma questo era giusto che te lo dicessi.

Ora vado… è tardi… forse troppo
devo salutarti e rimettere a posto la colla…
fino alla prossima volta almeno.

Ti voglio bene,
Davide

Parole parte terza

Se tu fossi muto, ma muto vero, non di quelli che emettono suoni gutturali, sarebbe meglio, molto meglio.
Non è un insulto: a me piace ascoltarti, adoro sentire la tua voce, specialmente quando mi auguri la buonanotte. Il tuo ciao, al mattino, è una finestra aperta, è un’alba, un mattino fresco.

Ma, nonostante questo, preferirei che fossi muto. In fondo ci siamo già detti tutto, o forse anche troppo; non c’è nulla oltre le vecchie parole: le altre sarebbero ripetizioni, copie sbiadite e con un contenuto sempre più povero.
Finiamola così: diventa muto, fallo per me. Ma fallo anche per te. Tutto migliorerebbe. Sparirebbe lo scarto che c’è tra il detto e il pensato, e io non metterei sulla bilancia ogni sillaba chiedendomi se vale tanto quanto pesa. Niente più equivoci, niente più discussioni per i fraintendimenti. Se avessi un’urgenza tale da dover comunicare a parole dovresti scrivere, cosa che hai perso l’abitudine di fare, e i tuoi messaggi sul foglio sarebbero davvero importanti.
Io ti capirei al volo, e tu, dal canto tuo, commetteresti meno errori e diresti meno cattiverie: prima di scrivere, ci penseresti due volte, un po’ perché la scrittura non è un atto immediato e un po’ perché, lo sai, “verba volant, scripta manent”.
Il tuo sguardo e le tue mani sarebbero il tuo linguaggio, e io leggerei nei tuoi occhi anche quello che non si dice. Le parole allora non avrebbero il compito ingrato di nascondere con artifici quello che l’espressione comunica. Tutto si farebbe più trasparente.

Diventa muto, fallo per me.
Ma ricordati di portarti un cartello sempre dietro con su scritto “devo fare la cacca”… sai, per ogni evenienza.

Giulia – “Se tu fossi muto”

Parole parte seconda

Se io fossi muta smetterei di mordermi le mani dopo ogni telefonata. Dopo ogni serata in macchina, dopo ogni volta che ti vomito addosso i miei sproloqui inquietanti.
Eviterei, così, di metterti in testa strane idee che poi ti condizionano, di contraddire ogni tua parola, di ossessionarti con i miei discorsi senza fine. Discorsi, parole, parole, discorsi, parole. Sentimenti al vento che tramutati in voce diventano volgari. Che si confondono tra loro come in un minestrone salato.

Non c’è ordine, nelle mie parole. La scrittura è più mediata. Si scrive, si legge, si corregge, si rilegge e poi si fa leggere.

Se io fossi muta sarei per te una bambola dolce. Espressioni intense, facce buffe, mezzi sorrisi, sorrisi interi. E ogni volta che mi dovessero venire in mente cose da dire, cose cattive, tu vedresti solo facce un po’ imbronciate, e mi consoleresti coccolandomi. Nella tua buona fede non ti daresti mai la colpa di un broncio e, se colpa, sarebbe lieve lieve e soggetta ad un auto-perdono.
Il silenzio è così seducente. La donna che non parla: ah, che miraggio per un uomo!
Tu avresti tutto quello di cui hai bisogno. E la mia vita sarebbe più facile.
Quasi quasi divento muta, un giorno di questi.
Se mi decido… te lo dico.

Giulia – “Se io fossi muta”

つづく

Parole parte prima

Dicono che le donne sono più legate alle parole, e gli uomini ai fatti. Come dire: i maschi sono sostanza, le donne solo forma. Ma il genere femminile cerca la sostanza nella forma, è più completo. Di qui nasce anche l’equivoco fra i generi, che fa sì che i due universi non si incontrino mai realmente. O quasi.

I miei giorni, ultimamente, si possono suddividere in giorni sì e giorni no. In quelli no, io sto legata a te da un filo di parole, come bava di lumaca. Lucida, vischiosa, sottile. Attendo, tiro, pretendo. Mi metto all’ascolto minuzioso delle tue labbra: parole, suoni, significati. Ogni cosa detta è un gioiello o una freccia al cuore. E’ capace di portarmi giù in un baratro buio o di elevarmi un po’ da terra. Forse però sono io che faccio tutto: mi appendo ai tuoi prodotti vocali e dondolo, dondolo, dondolo. Ma a volte non sono che fumo, e me ne accorgo solo dopo molto tempo, quando ormai sono andata a sbattere.

Parole pretese, attese, sono quelle che ho cercato in te. Mi ci sono fatta cullare, a volte, e altre volte me le sono masochisticamente fissate in testa, trasformandole da sassolini in lapidi. Me ne sono sempre, e comunque, nutrita.
Parole osate, sussurrate, sputate, quelle venute da me. Io, che calibro e analizzo scrupolosamente le tue, so procreare per te fiumi di sillabe incontrollate, inconsapevoli e crudeli. E’ il gioco delle parti: ognuno ha i suoi codici.

Parole, sì.
E pensare che non è con le parole che ci siamo conosciuti, incontrati, amati. Quelle erano un contorno, un ricamo spesso superfluo. Timide, accennate, piccole. Erano il corpo, il tatto, lo sguardo, la pelle e tutti i sensi il nostro linguaggio. Più diretto, franco, chiaro. Più presente, senza complicazioni. Passato e futuro non esistono dove c’è pieno godimento. C’è solo l’attimo.
Nei silenzi si annullava anche il pensiero: tutto era emozione, azione e sensazione.

Le parole ci rovinano. Forse ci hanno già rovinati irrimediabilmente. Gli anni passano, e le parole diventano toppe per nascondere i silenzi fatti di niente. Dove il silenzio è sostanza, la voce non serve.
Ricercare quei momenti è la nostra missione. Non quelli vecchi, o si ricadrebbe nella ragnatela del tempo, no: crearne di nuovi. Annusarsi, toccarsi, guardarsi come luoghi inesplorati, cartine geografiche di un pianeta fuori del sistema solare.

Solo così il silenzio ci può salvare. Solo così la prima parola che lo seguirà sarà vera sostanza, e non riempitivo.
Se la parola è cultura ed evoluzione, a volte bisogna saper cercare in sé la natura, l’uomo preistorico. Oggi sarebbe il migliore degli amanti… …dopo di te.

Giulia – “Parole”

つづく

Ritorni (12 anni fa)

19 aprile 2004.

Sono stato un po’ via, ma ora sono tornato. Questa volta davvero.

A Pasqua purtroppo non sono arrivate le risposte che cercavo e così, in un momento qualsiasi di un giorno qualsiasi, stanco di aspettare cose che non arrivavano mai sono partito per cercarle insieme ad altre cose che credevo di aver perso.
2.420 km in 3 giorni in giro per l’Italia per cercare un po’ di risposte, senso e il me stesso che avevo perso.
2.420 km in 3 giorni in giro per l’Italia per capire un po’ di cose e cercare di salvare due persone e, come Matt Murdock, alla fine rinascere.

A differenza di Matt sono tornato da solo, ma ho scoperto che c’è ancora tanta, forse troppa, passione che guida tutte le mie scelte… e di questo devo dire che non me ne pento affatto.
Il viaggio è stato lungo, ma mi ha fatto scoprire un po’ di cose.
Ho scoperto che quando dai tutto te stesso, comunque vadano le cose, non hai molto da rimproverarti.
Ho scoperto che quando ci metti tutto il cuore e tutti i sentimenti in qualcosa non si finisce mai totalmente sconfitti.
Ho scoperto che certe persone mi sono molto più amiche e molto più vicine di quanto pensassi.
Ho scoperto che il cuore e i nervi a volte riescono a sorreggere qualsiasi cosa.
Ho scoperto quanto bene voglio ai miei e dopo tanto tempo, tra qualche lacrima prima della partenza, sono riuscito a dirgli un “ti voglio bene” vero come non mai.
Ho scoperto che sono capace di mantenere la calma e la fiducia anche in circostanze davvero difficili.
Ho scoperto che sono capace di buttare via tutto e ricominciare ancora tutto daccapo.
Ho scoperto che sono in grado di amare completamente e totalmente.

Purtroppo non sono riuscito a fare tutto quello che speravo. Purtroppo alla fine ho salvato solo me stesso anche se ho fatto davvero di tutto per provarci… perché nei fumetti non capita mai che qualcuno si rifiuti di farsi salvare?

Ora dopo aver buttato alle ortiche un po’ di cose per provare a sistemare qualcosa che credevo (e forse per certi aspetti credo ancora) importante devo recuperare i pezzi di una vita. Ancora colla e pazienza per rincollare tutto, ma alla fine andrà tutto a posto. Come al solito.

Per oggi è tutto, il viaggio lo racconto nei prossimi giorni. Ora devo ripartire. Anzi partire no. Sono appena tornato e ho intenzione di restarci.

All my life I’ve been waiting
For you to bring a fairy tale my way
Been living in a fantasy without meaning
It’s not okay I don’t feel safe

Left broken empty in despair
Wanna breath can’t find air
Thought you were sent from up above
But you and me never had love
So much more I have to say
Help me find a way

And I wonder if you know
How it really feels
To be left outside alone
When it’s cold out here
Well maybe you should know
Just how it feels
To be left outside alone
To be left outside alone

Why do you play me like a game?
Always someone else to blame
Careless, helpless little man
Someday you might understand
There’s not much more to say
But I hope you find a way

Still I wonder if you know
How it really feels
To be left outside alone
When it’s cold out here
Well maybe you should know
Just how it feels
To be left outside alone
To be left outside alone

Anastacia – “Left outside alone”

Un mese (non come gli altri)

Rocky

È passato un mese da quando siamo legalmente separati.

Le cose lentamente si stanno sistemando. Ho organizzato gli spazi vuoti in casa, per lo meno quelli fisici. Rimane ancora da gestire il silenzio assordante dei giorni in cui non ci sono i bimbi per casa.

I bimbi comunque si stanno abituando a vivere in due case. Samuele continua a farmi domande su quando deve stare e con chi. Io cerco di dargli tutte le risposte e tutta la sicurezza possibile… anche quella che non ho. Con lui e Chris mi sembra che non sia cambiato nulla.
Con Donatella mi è capitato di litigare solo una volta. Il solito motivo. Ancora le sue bugie… ormai davvero anacronistiche e totalmente inutili.

A parte questo Donatella non sta bene. Credo che buona parte del suo malessere dipenda dalla fuga di Alessandro, francamente però non è più un problema mio. Almeno fino a quando questo non influenzerà negativamente il rapporto con i bimbi. Non riesco comunque ad essere abbastanza cinico nei suoi confronti. Non riesco a pensare che gli stia bene. In fondo penso che sia ancora un mio dovere preservare il rapporto dei bimbi con la loro mamma.

Sono tornato in palestra e ho raccontato cosa mi è successo in questi 4 mesi.
Ho dovuto avvisare il nido, perché Chris ha ultimamente sviluppato un legame forse esagerato nei miei confronti.
Ho dovuto avvisare l’asilo, perché Samu continua a fare la peste.
Alla fine ripercorrere l’intera storia… dalla malattia di mio papà alla separazione, riassumere il riassumibile (senza i dolorosi e scabrosi dettagli) mi pesa. Mi sembra di dover affrontare di nuovo qualcosa che non avrei mai voluto e dovuto affrontare. Mi sembra di dover affrontare qualcosa che non sarei mai in grado di affrontare.

Alla fine certe cose sono davvero difficili da raccontare, ma purtroppo veramente impossibili da non affrontare.
Alla fine tante cose fanno ancora male, ma sono ancora qui… è arrivata la primavera da un mese e sto tornando anche io. Ho un po’ di progetti e un quaderno che sto riempiendo di desideri e di cose da fare.

È passato un mese e, in qualche modo, sono ancora qui a raccontarlo… è questo l’importante.

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada.
Così… Io non è che volevo essere felice, questo no.

Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri.

Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No.
Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce.

Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.

Alessandro Baricco – “Oceano mare”

Separazione (la fredda cronaca)

Non c’era nessun fiore. Nessun amico e nessun testimone.
Non c’era nessuno vestito in modo strano. Nessun abito bianco e nessun abito eccessivamente elegante. Mi aspettavo che almeno il giudice avesse la toga… o per lo meno l’aria solenne. Invece era solo un signore grassottello vicino alla sessantina. Giacca grigia, cravatta blu anonimo e la scrivania ricoperta di carte.

Non era neanche l’edificio storico del tribunale, ma una sede distaccata di uffici arredati in stile moderno.
Una volta entrati dalla parete di vetro satinato opaco, ti ritrovi in un modesto ufficio con due scrivanie e nessuno spazio per sentimenti. Nessuna traccia anche dell’amore fedele e inesauribile che doveva unirci e con cui ci saremmo dovuti onorare l’un l’altro per tutta la vita.

Alla fine, in poco meno di 20 minuti, qualcuno ha osato separare ciò che Dio ha unito quasi 7 anni fa. Anche la benedizione è servita a poco. Alla fine è stata più forte una firma.

I sentimenti sopravvissuti sono rimasti al di fuori dei vetri opachi e quando siamo usciti non c’erano più. Era una bellissima giornata di sole… forse eccessiva per un evento del genere.
Siamo andati a casa in taxi. E poi, dopo aver ripreso i bimbi, ognuno nella sua. Nessuna festa. Nessun regalo.

Così inizia… o forse si dovrebbe dire finisce.

Onore e gloria nei secoli.